La violenza tra adolescenti in strada è l’esito di una socialità mortificata dall’assenza di occasioni di incontro dotate di senso. Un’ansia disordinata e senza più schemi che si rigetta in strada secondo un triste copione di spettacolarizzazione del conflitto. Come su un palcoscenico, come in un film. Intervista a Giuseppe Pozzi.

di Antonello Raciti

Le cronache di mezza Europa continuano a raccontarci di ragazzi che si picchiano in piazza con la volontà di scaricare in violenza quello che hanno provato chiusi in casa durante il lockdown. Vale a dire tutte le difficoltà immagazzinate che non sono state affrontate in modo sano e maturo. Di questo fenomeno, come anche di scuola, di sapere e di apprendimento, parliamo con Giuseppe Pozzi, noto psicanalista e psicoterapeuta, nonché fondatore e direttore della cooperativa sociale Artelier.

Da mesi assistiamo a episodi di risse giovanili come non se ne vedevano da molti decenni, in una sorta di fight club a cielo aperto. Si tratta di un fenomeno temporaneo o c’è qualcosa di più?
«Credo che non si tratti di un fenomeno temporaneo. La pulsione di morte sembra prendere il sopravvento, nella società dei consumi. Certamente l’esperienza di una solitudine storica come quella che il Covid ha imposto a tutti proprio nel momento in cui costringe le persone a stare insieme nella stessa casa, magari piccola e angusta, può essere considerato un catalizzatore potente di una aggressività che, tuttavia, stava solo cercando l’occasione per esplodere».

Come si è arrivati a tutto questo?
«Dal momento in cui la società decide di aziendalizzare le istituzioni scolastiche e quelle sanitarie il valore che si diffonde culturalmente non è quello del rispetto per un soggetto simbolico che può nascere ogni giorno, ma si sviluppa un interesse a dar valore alle performance di persone oggettificate dal sistema dei consumi. Il sistema delle valutazioni non ha nulla a che vedere con i valori ma con il valore economico e amministrativo delle persone-oggetto e che producono oggetti di valore con il loro sapere tecnologico e produttivo. Lacan lo aveva già preconizzato nel suo articolo “Della riforma nel suo buco” (si veda in La Psicoanalisi n° 65, ndr). La scienza, inoltre, elemento fondamentale del discorso contemporaneo, vive e fa vivere nell’illusione di dominare e regolare questo “singolare” anziché fargli posto, perché questo implicherebbe “mettere in scacco gli algoritmi meglio concepiti, i database più ampi, i calcoli più sofisticati che pretendono di spiegare, valutare e prevedere tutto”, come ha scritto di recente il grande Eric Laurent».

Durante la pandemia l’istituzione scolastica ha sostanzialmente abdicato al proprio ruolo di agenzia di socializzazione secondaria, per le ragioni più varie. E, cercando di tamponare la situazione con la Dad, ha fatto emergere gravissime inefficienze educative. Potranno mai bastare le tecnologie digitali?
«Non sono certamente le tecnologie a organizzare la scuola invertendone la rotta. C’è solo da augurarsi che il lockdown abbia potuto scuotere la sensibilità di un gran numero di insegnanti. Ma se nella scuola non circola la cultura del rispetto per il soggetto che sta in ogni studente, non credo che ci si possa aspettare un cambiamento utile e significativo per la crescita dei ragazzi e per la crescita sociale delle famiglie troppo dedite alla produzione per la sopravvivenza della famiglia stessa. Le scuole private e in particolare quelle sostenute dal credo religioso trovano modalità certamente più umane ma tese comunque alla produzione della valutazione. Ci sono esempi di Dad deliranti dove l’unica preoccupazione è come inventare procedure per impedire ai ragazzi di copiare. Dove è finito il riconoscimento, dove è finita la possibilità di trovare un accordo tra persone di fiducia? Se a scuola non si riesce a costruire un rapporto di fiducia con i propri allievi, non si vedono spazi per un insegnamento in cui il desiderio abbia un proprio spazio. Da anni il Censis ribadisce come in Italia il desiderio sia spento e faccia fatica a riprendere vita. Una scuola che non riesce ad alimentare il battito desiderante dei propri insegnanti per sprecare energie sui sistemi di valutazione è come se avesse a che fare con oggetti della produzione industriale scolastica. Ha poche chance».

Non crede che il problema sia però connaturato al fragilissimo rapporto esistente tra insegnante e discente?
«Leggendo Ebraismo a fumetti mi sono recentemente imbattuto in una frase bellissima che però lì per lì non capivo: “Il mondo si regge sul respiro dei bambini che studiano”. Non ho mai trovato, per la verità, frasi del tipo “Il mondo si regge sulle certezze dei grandi, così che possano insegnarle ai bambini”. Sarebbe, quest’ultimo, un esempio di frase adatto, in realtà, a qualche barzelletta. Un giorno, parlando con un collega francese sulla questione del “sapere” e dell’“Amore” mi è ritornata in mente la frase letta in quel libro ma, questa volta, con la sua traduzione, più comprensibile per me: i bambini che studiano, i bambini cioè che interrogano il sapere, lo fanno con il loro respiro, con i loro tempi. Tutte le relazioni allievo-maestro hanno a che fare con una interrogazione del sapere. Ma chi sono esattamente questi bambini che interrogano il sapere? Leggendo il Convivio di Platone la risposta è evidente: è l’Amore che interroga il sapere, l’arte della maieutica ha a che fare con l’arte dell’Amore che interroga il sapere. Questo è quanto avviene tra Alcibiade e Socrate. Il respiro di chi studia, di chi interroga il sapere con innocenza (l’Amore), è il respiro del desiderio di vita. Eppure la strada non è a una sola direzione: il sapere non è affatto un punto di arrivo, anzi, il sapere da solo, si sa, fa da tappo al desiderio del soggetto. Lo può constatare chiunque, dal momento che tutti siamo interessati a rivolgerci agli specialisti con l’illusione di ottenere le risposte che cerchiamo per risolvere i nostri problemi esistenziali, di salute, giuridici, amministrativi e così via. Se ci fosse un sapere con una risposta certa, assoluta, perché farebbero così tanti affari coloro che leggono la mano, i tarocchi ecc.? Il sapere, a sua volta, per uscire dallo stallo in cui tenderà a mettere il soggetto, nel senso che ogni risposta illusoria crea prima o poi un impasse all’individuo, il sapere, dicevo, avrà interesse a interrogare l’Amore, il mistero dell’Amore».

Intervista a Giuseppe Pozzi

Secondo molti osservatori, per intercettare il malessere giovanile occorrerebbe creare un supporto aggiuntivo con la diffusione di informazioni, presidi online o telefonici e un accesso più facile e diretto ai servizi di salute mentale, anche di persona. Tutto molto interessante, ma poi i ragazzi vi accederebbero?
«Non credo molto alla necessità di istituire protesi sociali e istituzionali per informare o per inventare nuovi servizi alla persona se poi non ci sono competenze fondate sulla cultura del rispetto del soggetto, aggiungerei soggetto dell’inconscio. Una cultura in grado cioè di occuparsi del soggetto e non di trattarlo come oggetto di cura. Tutte le pratiche cliniche a sostegno della persona sono basate su ideologie comportamentali e tali da misurare gli aspetti fenomenologici dei vari comportamenti. La questione invece è di capire, clinicamente, come un soggetto si stia misurando con il reale che lo attanaglia, con l’angoscia esistenziale che lo tormenta. Un approccio che necessita di una sensibilità e un rispetto che non si insegnano ma che si apprendono».

Lei parla di Amore, ma è stato piuttosto facile in questi mesi, da parte del mondo adulto, additare i ragazzi per i loro comportamenti devianti. Tuttavia anche per i “grandi” la fatica maggiore è stata quella dell’assenza di relazioni interpersonali, un fenomeno che ha esacerbato i rapporti in casa trasmettendo ai figli depressione, ansia e violenza. E anche questa è una forma di sapere trasmesso, non le pare?
«Il sapere, nella realtà sociale e istituzionale ha creato un sistema di potere. Il sapere specialistico crea delle esclusioni e, quindi, degli squilibri di potere, tra chi ha il sapere e chi non ce l’ha e ne ha bisogno o ne sente la mancanza. L’Amore, per definizione, dovrebbe essere disinteressato. Ci si rivolge al nostro Altro avendo fiducia in lui e accettandolo per quello che non ha, non per quello che ha. Il volontariato in fondo appoggia, o meglio dovrebbe e potrebbe appoggiare, i suoi valori su questo tipo di radici, il volontariato disinteressato, naturalmente. Non nel senso che non si fa pagare, ma nel senso che lo fa fuori transfert, in modo disinteressato. Quando un papà, una mamma, un amico dice all’Altro: “Con tutto quello che ho fatto per te… e questo è il tuo riconoscimento?” siamo già in una dimensione di sfruttamento del transfert. Sarebbe meglio che costui dicesse: “grazie per tutto quello che mi hai permesso di fare per me stesso.” I giovani oggi non si sentono riconosciuti ma amati alla condizione che facciano ciò che l’adulto si aspetta da loro. I giovani sono giudicati e valutati per quello che l’adulto si aspetta da loro e questo non favorisce neppure il processo di identificazione che rischia di incepparsi. In un suo recente articolo sulla violenza nei minori Jacques-Alain Miller mette l’accento sul fatto che l’aggressività non è un sintomo bensì la pulsione di morte non rappresentata sintomaticamente. Per curare la violenza giovanile occorre allora favorirne la “sintomatizzazione”, favorirne cioè una rappresentazione sintomatica che sarebbe già un modo per trattare la pulsione di morte. Quest’esplosione insensata di pulsione di morte sta a indicare l’impasse del processo di identificazione su cui si regge di fatto tutto il lavoro didattico a scuola. Questo significa che a scuola la pulsione di morte è già entrata. Fortunatamente ci sono scuole capaci di rimettere in circolo il processo di identificazione come il Liceo Fermi di Milano, per esempio. Qui però ci sono stati anni di formazione sul campo dove la psicoanalisi è venuta in soccorso senza imporre alcuna operazione analitica a nessuno. Semplicemente la cultura del rispetto e del riconoscimento del soggetto è stata resa possibile dall’intelligenza organizzativa del preside e dalla sensibilità desiderante e didattica del personale docente e non docente».

Purtroppo la pandemia sembra aver prodotto due effetti distinti e complementari: da un lato ha scoraggiato l’accesso ai servizi di salute mentale, provocando l’interruzione dei trattamenti psicologici o farmacologici con il conseguente aggravamento della precedente condizione di malattia mentale; dall’altro ha moltiplicato le situazioni di emergenza psichiatrica a cui le strutture non hanno potuto far fronte per mancanza di mezzi, mettendo a nudo la fragilità e la sostanziale inadeguatezza del sistema. Come se ne esce?
«Dopo la cosiddetta “rivoluzione basagliana” in Italia i servizi per la salute mentale non hanno mai smesso di rimanere al servizio della longa manu del Penale, che aveva da sempre sancito la loro funzione. Avere deciso, socialmente e istituzionalmente, che i matti sono dei malati, ha comunque introdotto la questione complessa delle cosiddette “stigmate”. Una persona con una diagnosi psichiatrica è stigmatizzata per sempre. Il manicomio continua quindi sotto forma di “terricomio”? Evidentemente è così. Nel mio piccolo, quando ho fondato la mia prima comunità terapeutica, ho voluto essere al servizio dell’infanzia e della adolescenza per investire sulla speranza, mi dicevo. Dopo 10 anni di attività sul campo sono andato a verificare, tramite la tesi di un mio studente di Pavia, chi dei ragazzi dimessi dalla comunità fosse riuscito a conquistarsi un proprio posto nel mondo. Su 40 ragazzi dimessi il 30% ci era riuscito. Dopo 14 anni ho riprovato con un altro lavoro di tesi e poi mi ci sono applicato personalmente e ho trovato che su 65 ragazzi dimessi solo il 21,5% ci era riuscito. Mi sto chiedendo come mai questo abbassamento nelle percentuali di chi riesce a inserirsi? Sta di fatto che non esiste letteratura sul tema “dimissioni dal circuito della neuropsichiatria” e men che meno della psichiatria. Interrogandomi comunque sulla diminuzione della percentuale di chi ci è riuscito, scopro che nel 2006, quando ho iniziato, tra i primi in Lombardia come privato-accreditato, nessuno né in Regione, né in Asl mi sapeva dire quali regole dovessi seguire per gli accreditamenti, mentre alla fine del 2017 tutti in Regione e in Ats erano diventati professori attenti, accorti e ossessionanti sulle minutaglie di regole inutili ma da applicare obbligatoriamente, pena il non mantenimento dei requisiti di accreditamento. Scopro inoltre che, a seconda dell’Ats in cui opera la comunità, l’interpretazione delle stesse regole regionali cambia di molto. Come si può cogliere, l’eccellenza dell’aziendalizzazione punta alla regola per la regola, per essere “tutelati”. Anche se tale ossessione non solo non tutela nessun soggetto ma offre, caso mai, le condizioni per la sua morte o quanto meno per la morte certa del desiderio».

Sembra quasi una forma istituzionalizzata di “contagio” della pulsione di morte. Al di là della metafora burocratica, quale può essere il vaccino?
«Certamente occorre rimettere in circolo il battito desiderante del soggetto e sostenere la politica che rispetta il soggetto (dell’inconscio, ndr) per dare spazio alla strategia che non interpreta e non sfrutta il transfert. A favore però dell’ascolto attento e non interpretante del soggetto, uno per uno. Una direzione molto chiara la si può ben cogliere, per esempio, nel bellissimo film The specials – fuori dal comune del 2019, con Vincent Cassel, oppure nel bellissimo docufilm girato in una comunità terapeutica in Belgio al Courtil, che ha per titolo A’ ciel ouvert, dove si può capire cosa voglia dire rispettare il soggetto, e sottolineo “soggetto dell’inconscio”, e lavorare in équipe costruendo insieme una cultura serena e divertente di inclusione reale. Gli psicotici e i veri artisti funzionano con l’inconscio “a cielo aperto”, insegna Lacan. Prendere, allora, la strada che valorizza l’oggetto artistico per aiutare il soggetto a imparare a far di conto con il proprio oggetto pulsionale, è una strada molto più utile e percorribile della strada scientifica. Che di scientifico non ha proprio nulla quando ti impone una diagnosi fenomenologica, e per giunta tale da impedirti di uscire dal circuito psichiatrico».